Brunetto – Un uomo 1952

La fila doppia era allineata con precisione lungo il corridoio . C’era stato un problema disciplinare e la conseguenza era che adesso erano ancora lì, in venti, a distanza regolamentare sia di lato che in profondità. Le loro teste crescevamo in altezza verso la fine e lo spazio tra le righe veniva riempito gradualmente dalle spalle sempre più larghe. Ciascuno non poteva che ammirare il collo e la sfumatura alta dei capelli, a scodella, del suo collega davanti, tranne la prima fila che fissava un punto indefinito pur di non incrociare il Suo sguardo.
Il silenzio più assoluto era mantenuto dall’immobilità dell’attenti. Nessuno osava muoversi o respirare per le lunghe ore di addestramento ricevute e la costante paura di punizioni corporali. Nessuno, ecco forse uno, sempre lui il Comandante, era stato risparmiato dall’immediata retribuzione per le solite mancanze, distrazioni forse, certamente non volute. Sarebbe stato da fessi fare la cazzata e subire la punizione sapendo che poi , fuori , avrebbe dovuto inventarsi qualche balla come di essersi pestato con un compagno, per giustificare tracce di lacrime.
Il pavimento del corridoio rifletteva lo schieramento e la sua simmetria in un momento sospeso, neanche i grandi ippocastani fuori lasciavano che le foglie finalmente verdi si muovessero. Un’attesa doppia, quella per l’ordine di muovere e quella per ciò che forse sarebbe successo dopo. Tra loro il protagonista e gli altri attorno, fermi, che pensavano con vari gradi di aspettazione, ad adesso, tra poco. A qualcuno in realtà non interessava quello che sarebbe successo: aspettava solo l’ordine di movimento per cercare di farsi i cazzi suoi. Ecco, sì, Gianni.
Un cenno, non dissimile dal movimento con il quale la stessa mano scendeva violentemente sul naso o sulla nuca del malcapitato a perenne memoria del suo stato imperfetto, li fece avanzare lungo il corridoio ormai vuoto, verso le scale a sinistra.

Le Signore
La governante si precipitò verso la porta, aprendola un attimo prima che la Signora Anziana passasse seguita dalla Signora Giovane. Uscirono in strada dalla Villa, lasciandosi dietro la siepe folta che la nascondeva parzialmente dall’esterno. La Signora Anziana era vestita con un tallieur anteguerra di un colore ruggine scuro, molto severo, un’ampia borsa di coccodrillo e portava un cappello alla Buster Keaton, ma nessuno sano di mente avrebbe mai osato farglielo notare, inclinato su di un lato e trattenuto da uno spillone. La Signora Giovane, che le camminava a lato, lievemente staccata, portava una gonna scozzese, al ginocchio, ed una giacca di velluto Blu, dello stesso colore della riga del clan Campbell. Sul bavero della giacca c’era una spilla dorata circolare con al centro il leone di S.Marco e sulla corona gli stemmi di reparti operativi, l’arciere, i quattro gatti, il gatto con i tre sorci verdi, il diavolo rosso, Diana cacciatrice . In testa aveva un fazzoletto di seta a fiori , annodato sotto il mento, dal quale usciva una ciocca di capelli biondi sulla fronte, che portava per contrasto agli occhi azzurrissimi. Il naso era dritto e normale e l’insieme l’aveva resa una delle donne più belle di questa terra confusa.
Non riusciva però ad avanzare così decisa come la Signora Anziana, ogni tanto aveva come un dubbio, ed era quasi sollevata dall’idea che presto sarebbe finito tutto.
Adesso rimaneva solo l’ultima via per giungere al momento decisivo. Non le interessava di rispondere ai saluti dei passanti, che si toglievano il cappello già da lontano. A quello pensava la Signora Anziana, con il suo migliore gelido sorriso.

Brunetto
Alla fine delle scale, percorse secondo gli ordini senza toccare i muri né la ringhiera, venne dato l’ordine di libertà e per un attimo la formazione rimase ferma ed indecisa.
Poi si radunò in gruppo attorno a lui. Tutti gli altri erano già fuori e mancavano solo loro. Dai più anziani ai più giovani incominciarono a dargli sulle spalle colpi d’incoraggiamento e di scaramanzia. Qualcuno gli diceva frasi nel dialetto che non capiva bene, ma del quale aveva imparato bene tutte le imprecazioni e le descrizioni dettagliate dei tipi basici di sesso, anche se con qualche riserva tecnica.
Gli erano attorno i suoi uomini, Livio, grande Ufficiale del Servizio Informazioni, ma soprattutto i Sergenti come Ottone, Mario Giorgio ed i fedelissimi Caporali Ranger della guarnigione del Castello, Giorgio, Alfredo, Armando, le migliori guide in qualsiasi azione, tutti con un’aria di indifferenza su quello che prevedibilmente sarebbe successo come a dire -Beh! tu sei il Comandante, fà vedere a tutti chi sei-
Si avviò verso lo spiazzo, ancora in mezzo ad una piccola folla che lo circondava. Adesso c’erano anche la ragazze, sempre quelle che lo guardavano in ogni modo allusivo, ma non c’era Livia, la più bella e per la quale avrebbe fatto qualsiasi cosa.
-Meglio così- pensò- e se poi non ce la faccio..-preferì lasciar stare quell’ipotesi folle e passò in mezzo al piccolo varco che si era aperto.
Le Signore
Le Signore erano arrivate proprio in quell’istante. Il cancello venne aperto da un inserviente che si tolse il cappello con un gesto ampio, fino a terra e le salutò in dialetto ” Bondì Siore A. Bondì Siore E.” e le seguì con lo sguardo fino ai gradini dell’entrata. Rimasero lì ferme, aspettando che arrivasse lui, per poter procedere.
Brunetto scese i gradini e si fermò davanti alle Signore, con tutti gli sguardi su di lui. Quasi di scatto la Signora Anziana estrasse dalla borsa prima un pacchettino che diede alla Signora Giovane, e poi una bottiglia di vetro trasparente con un liquido giallastro, quasi del tutto vuota.
La signora Giovane estrasse dal pacchettino un cucchiaio ed un’altra cosa, mentre l’altra Signora versava quello che rimaneva del contenuto della bottiglia nel cucchiaio fino all’ultima goccia.
-Ecco – pensò Brunetto – è finita finalmente. Adesso tutti si aspettano che mi tappi il naso, ma non li accontento- e, preso il cucchiaio, inghiottì in un solo colpo quella cucchiaiata nauseabonda di olio di fegato di merluzzo.
Subito sua Madre gli mise in bocca uno spicchio d’arancia che lui masticò e deglutì quasi subito. Lei avrebbe voluto baciarlo ma Brunetto indicò con lo sguardo i compagni che aspettavano con il fiato sospeso. Gli passò la mano nei capelli e, mentre la Nonna parlava con la sua Maestra, suonò la campanella di fine ricreazione . Le Signore riattraversarono il cancello salutate da un’altra scappellata, -Ariviodisi Siore A. … Ariviodisi Siore E.-
La vita
Ormai Brunetto non era più il protagonista, anzi li aveva delusi perché tutto era stato troppo facile. Si guardò in giro senza vederla: era indietro dal gruppo di scolari che stavano aspettando che gli altri salissero le scale e si era attardato un poco per aspettare lei.
Chissà se aveva visto che bravo era stato? Sì, gli avevano detto delle spie con risolini, che erano almeno cinque la fanciulle che erano innamorate di lui, ma per lui c’era solo Livia.
La vide venire da dietro il grande tronco dell’ippocastano, per mano con Gianni, che non aveva mai fatto la Guerra con loro.
-Vatti a fidare dei civili- disse schifato fra sé e sé- e ritornò, sentendo per la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, quel pugno che la vita ti dà alla bocca dello stomaco, fra i suoi uomini, sorridendo .

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