Borgorose

Borgorose

Una domenica di circa quarant’anni fa conobbi un piccolo borgo sotto L’Aquila, Borgorose.
Era Febbraio ed eravamo in quattro su una Dyane che era ben riempita da un mio collega che faceva rugby, due altre colleghe, matematiche, ed io. Una di loro aveva a famiglia Borgorose e ci aveva convinti a fare un po’ di strada da Roma con un tempo non tanto bello, promettendoci un pranzo unico. Nevicava un poco verso l’interno ma grazie all’autostrada arrivammo poco prima di mezzogiorno. Raggiungere la casa fu abbastanza facile, lasciata l’auto in piazza, girammo per stradine acciottolate tra case povere, alcune abbandonate, altre, ma solo verso il centro con restauri recenti : la terra tremava ogni tanto e non c’era una casa che non avesse una crepa rinchiusa o tratti di intonaco rifatto.
Ci aspettavano tutti ed erano tanti, tutta la famiglia di Elisa era lì e le operazioni erano decisamente in mano alle donne.
Una grande e lunga tavola dominava il centro della stanza e c’erano le mamme e le nonne, zie e cugine che assieme , con grande lavoro di squadra stavano lavando e grattando il tavolo. Il lavoro era intenso e preciso ed alla fine il tavolo fu asciugato. Gli uomini erano seduti ai bordi della stanza, con un bicchiere di vino rosso. C’era un grande focolare con pentole che sobbollivano ed un fuoco sotto il paiolo della polenta.
Intanto giravano un paio di piatti di formaggi e salumi con fette di pane casereccio. Non avevo ben capito come si sarebbe svolto il pranzo e pensavo di veder apparire una grande tovaglia bianca e poi la tavola sarebbe stata apparecchiata . Invece, dal lato del fuoco, due delle signore, sollevato il paiolo della polenta dal suo supporto, lo portarono e poi lo rovesciarono sul tavolo. Mentre la polenta colava fumando e spandendosi altre donne la facevano scorrere lungo il tavolo, in una forma rettangolare, in modo da ricoprire il tavolo quasi completamente, lasciando uno spazio per i piatti davanti ai commensali.
Puoi immaginarti la sorpresa e contemporaneamente il senso di attesa perché avevo immaginato quello che sarebbe seguito: altre donne, zie madri nonne, portarono le altre grandi pentole dal fuoco della cucina e la rovesciarono per il lungo della tavola , coprendo la parte interna della polenta.
Una striscia rossa di ragù di pollo, agnello salcicce versati in momenti diversi ma concentrati nella zona centrale della polenta costituiva il piatto unico, il tavolo unico, il grande mangiare di tutta la famiglia con la nipote da Roma ed i suoi amici.
Ci avvicinammo alla tavola con le sedie e ci furono messi davanti un piatto e posate.

Era pronto,si poteva incominciare. Tutte le donne erano ancora accaldate dal lavoro di pulitura e preparazione e si erano sedute con quella incertezza di chi sa che deve alzarsi presto dalla sedia, per portare un piatto o un bicchiere o vino agli uomini.
Allora era così.
Il pranzo era un grande self service dove ciascuno poteva scegliere in un’area davanti a lui per circa una larghezza di spalle e tenendo conto del suo dirimpettaio.
Non riuscii mai ad avere il piatto vuoto e quando alla domanda: “ Ma voi di dove siete Dottore?” risposi “ Aiello del Friuli” allora tutti gli uomini incominciarono a parlare contemporaneamente.
Capivo parole come Cividale, Palmanova, Tauriano, Ottavo, Chiusaforte, Cervignano e quasi tutti avevano qualche ricordo militare della piccola patria. Da quel momento anche il bicchiere continuava a riempirsi come il rumore delle conversazioni cresceva sempre di più .
Si faceva fatica ad ascoltare il proprio vicino e il centrotavola diminuiva fino a lasciare una traccia rettangolare di polenta.
Nel mezzo della conversazione corale, una donna, forse una delle nonne, si alzò all’improvviso in piedi , alzando un braccio e dicendo con imperio “Zitt”. Tutti rivolsero il loro sguardo verso di lei e ci fu un silenzio strano , come in attesa di qualcosa. Lei disse di nuovo “Zitt…state a sentì..” indicando la porta che dava sulla strada.
Ed il silenzio aiutava a sentire delle voci che venivano dalla strada, come un arrivo di una gara, applausi e grida di incoraggiamento che si facevano sempre più vicini e chiari. Una folla che cresceva di numero e che si avvicinava quasi chiamando la gente della famiglia ad unirsi ad essa.
La prima ad uscire fu la nonna e poi le donne e tutti gli altri. Io mi trovai in seconda fila e vidi venire avanti un uomo sui cinquanta , un cacciatore, vestito con giacca di velluto, un panciotto camicia aperta sul collo e alla vita una bandoliera con cartucce di vari colori, gialle e rosse. Le braghe pesanti finivano in due stivali verdi e sulle spalle aveva una mantella impermeabile . Un cappello a tesa larga lo riparava dal nevischio. Con la destra teneva a spalla la doppietta aperta con le canne all’ingiù. Con la sinistra teneva un mulo per la cavezza e sul mulo c’era un basto su cui poter montare ma su cui adesso, disteso , legato sui due lati e molto morto c’era un lupo. La sua testa pendeva verso la mia parte e gli occhi erano chiusi. Sui due lati del mulo erano appesi due cesti e la gente li riempiva di regali, un salame, un fiasco di vino, una focaccia, quello che potevano dare erano la ricompensa di quella piccola comunità al cacciatore che impediva al lupo, da millenni nemico, di irrompere nelle loro vite e strappare loro le poche risorse che custodivano con gelosia. Anche una delle donne di casa portò qualcosa che non riuscii a vedere e la mise in un cesto mentre un signore anziano tirò fuori dal portafoglio di cuoio lucido una banconota verde e la mise in mano, stringendola, al cacciatore.
Il piccolo corteo passò la nostra casa e continuò a salire tra le mura sbrecciate sull’acciottolato verso la parte alta del paese. Il silenzio ritornò all’esterno e rientrammo in casa. La tavola era già stata pulita e si sentiva che il pomeriggio stava finendo verso il buio, con calma . Una focaccia dolce , il caffè in quell’ora incerta dell’inverno dove non si sa se andare a riposare perché si è finito un bel pasto oppure perché incomincia già la notte.
Poi la Dyane l’autostrada e Roma.
Il giorno dopo , facendo una prova di tenuta on line del software del sistema di automazione del gasdotto Olanda-Italia, mi trovai a dire a Elisa : “ pensa, un lupo…”.

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